Home Accessories. La bellezza anarchica della materia

 

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Per chi fa, crea, progetta, è necessario essere curiosi, guardarsi attorno, cercare di cogliere i cambiamenti molecolari in atto nel mondo.

Lo è per chi fa e vende, designer, produttori e consumatori. Per chi realizza sedie, lampade e bicchieri e per chi li acquista. Guardarsi attorno oggi vuol dire fare un giro dentro e fuori di noi, nella brutalità dell’ultimo anno e mezzo che ha cambiato il mondo. Per una volta non si tratta di affidarsi soltanto al marketing, indagare un target, vagliare profili social, commentare dati e statistiche,  decifrare tendenze, stili di vita, consumi, ma di fermarsi a riflettere sulla poliedricità e la complessità  di una categoria: quella del nostro stile di vita, che a  ripensarla ferma a un anno fa spiazza prima di tutto noi stessi, ex consumatori eternamente confusi alla ricerca  personale della qualità, inseguitori persecutori di consumi pasticciati fra il materiale, l’immateriale,desideri, sogni, bisogni, riferimenti alti e bassi, novità.

Chi crea oggetti ha scoperto  una nuova affinità con la materia prima.

Che sia ceramica, terracotta, terraglia, carta riciclata, pastiche di diversi materiali recuperati, diventa la materia prima protagonista del design; materia  cruda e povera,  da trattare, lavorare e arricchire di segni primitivi e infantili, plasmare in forme fragili e casuali come sempre è stato per i manufatti. Una sensibilità di progetto ben lontana da quel progresso tecnico e industriale che per anni ci ha dedicato oggetti e arredi in un forma universalmente identica. Tante lampade uguali, tante sedie fotocopia. L’ispirazione alla materia conduce a un processo di spontaneità creativa che ingloba una mentalità di design su un’altra prospettiva: sulla creazione di significati alternativi all’industrializzazione, riscoprendo  quell’ancestrale rapporto uomo-oggetto nato esclusivamente con l’artigianato.

In questa prospettiva l’oggetto di design entra in una dimensione soggettiva, in un carattere distintivo che fa leggere in trasparenza quello che noi consumatori annoiati dal tutto identico oggi cerchiamo: unicità, individualità e identità, opposti all’anonimato della produzione di massa e riflesso, invece, di un’identità unica.

Il designer assume in questo senso un ruolo critico che risiede nella capacità individuale di trasformare la materia, possederla modificandola per assecondare una nuova sensibilità, una nuova affinità con le cose. Questa base alchemica di modificazione dei parametri di progetto inizia e tocca ciò che  è più familiare, utensili, lampade, sedie, vasi, piccoli pezzi di arredo, quasi a voler enfatizzare quel rapporto quotidiano che abbiamo con essi in una nuova entità. Se volessimo accennare all’estetica di questo design dovremmo indicare gli aspetti di una semplicità al limite del naif, oggetti realizzati nel loro candore materico, apparentemente da non professionsiti e autodidatti che li immaginano calati in un mondo di interior favolistico, poetico, magico, massimalista, probabilmente quella realtà alla quale vorremmo aprire, oggi, le porte di casa nostra. Si potrebbe fare a meno di tematizzare l’incrocio di influenze, la rete di suggestioni e analogie, l’eclettismo che la pervade e semplicemente misurarla sulla dimensione simbolica dell’unicità, sull’idea di una bellezza anarchica che arriva a glorificare persino il suo opposto, l’imperfezione, l’errore, che ci allontanano dalla standardizzazione del molto per tutti uguale e lascia  posto al poco per tutti diverso.

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Riguardo Mariano

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