Il Brutto è bello. Agli occhi di chi?

I paradigmi estetici legati alla bellezza sono cambiati.

Che si parli di moda o design  mutano da sempre. Gli schemi sono cambiati  e ciò che definiamo “Bellezza” oggi  è soltanto quella sensazione che avvertiamo quando siamo incapaci di comprendere ogni regola fissa che la  inquadri.Lo scriveva già Hume ne La Regola del Gusto del 1757 affermando che “Il Bello è negli occhi di chi lo contempla”. Quante volte lo abbiamo ripetuto. Come dire: è ovvio che il Bello sottende per sua stessa natura un giudizio soggettivo. Ma tanto ovvio non lo è più per una società  contemporanea  globalizzata  in fatto di estetica dei consumi, design, moda.

Il discorso su ciò che definiamo bello o brutto si è fatto più articolato.

Qualche anno prima di Hume nel 1735, riguardo all’Estetica Baumgarten scriveva che il termine si compone della radice greca “aisth” e da “aisthanomai” e che il verbo significa “rapportarsi attraverso i sensi” mostrando come questo termine possieda già in sé una forma soggettiva. Discorso chiuso? No. Si parte da qui per comprendere l’estetica contemporanea nel design e nella moda. Bisogna rispolverare  i concetti dei due lontani filosofi dato che oggi non ci sono più parametri fissi per definire la Bellezza, distinguere ciò che è bello da ciò che non lo è se non quella sensazione incapace di rispondere a qualsiasi regola.

Il concetto di Bellezza si è evoluto a tal punto da far diventare bello anche il Brutto.

Che si tratti di moda o design certo è che si parla di estetica del “Brutto che è bello” un paradosso al limite della salute mentale. Il Brutto che è bello è un macro trend di design che nasce col Normcore negli USA qualche anno fa e si afferma in una cerchia chiusa, molto chiusa, capito e venerato da pochi. C’è chi scrive che questo trend del disgusto sia da intendere come una forma di resistenza e rifiuto della bellezza canonica; proprio perché il Bello comune e oggettivo si appropria di tutto e tutti sembrerebbe essere venuto a noia, stimolando verso altre scelte estetiche che fondono le due sfere opposte del brutto e del bello insieme.

                                   “Il bello è ciò che sembra abominevole ad occhi ineducati”
                                                                                                            (Edmond e Jules de Gouncort)

 

C’è chi fotografa questa omologazione e la rifiuta.

E’ il caso di tanti designer e videomaker talentuosi come The New Black Vanguard! sempre alla scoperta di  linguaggi e modelli estetici meno omologanti.

Le forme di bellezza omologata sono sotto gli occhi di tutti. Basta entrare in qualsiasi  bar e panetteria ristrutturati negli ultimi anni in una via commerciale della città. Tutto uguale.Sdoganata da sempre dal democratico low cost  (H&M, ZARA, IKEA). I modelli estetici globalizzati  ci fanno rilevare come nuove e  interessanti tutte quelle caratteristiche di design che definiscono l’imperfezione e la  diversità al vertice emancipato dall’appiattimento estetico in cui siamo calati.Il surplus di bellezza omologata da cui siamo assediati  ha favorito  l’effetto boomerang: cioè la curiosità per il Brutto: per il Brutto che diventa bello perché non omologante.

Il  limite all’ascesa di questo trend risiede nella repulsione, nel nonsenso.

In quel capriccio istrionico di design (?) che supera il limite della bruttezza e non è contemplato né dal kitsch né dal cheap, considerato soltanto una vera e propria negazione di gusto, buono o cattivo che sia.

Il trend della nuova Bellezza vuole invece sensibilizzarci sui temi della diversità e del diverso.

Con ironia, glamour, divertissement ci esorta ad abbandonare l’omologazione del Bello a puntare sulla personalizzazione, sull’autenticità, valori ai quale ambire e mai rifiutare. La nuova Bellezza e’ inclusiva. E come ripetono le streghe macbethiane “Il bello è brutto ed il brutto è bello”. La vera bellezza sta nell’imperfezione. Pensiamo alle campagne pubblicitarie inclusive di Gucci, concentrate sull’allontanamento dell’idea di bello comune e tendenti all’acquisizione di spazi nella diversità al fine di favorire modelli inclusivi di bellezza fisica.

 

 

Il Bello non solcava qualche schema al quale uniformarsi e attenersi?

A questo punto è lecito chiedersi come interpretare il galateo del “Bel design”? Uno di quelli che veniva insegnato a scuola a iniziare dagli ideali degli eroi greci, agli schemi armonici delle statue secondo il quale tutto ha uno spazio che segue un ordine estetico? Probabilmente con nuove lingue,  basta farsi un giro in rete, nei social media – il cosiddetto volto digitale della società contemporanea –  per capire quanto interesse ci sia per lo sgradevole estetico.

Insomma, sembra che quando nella moda e nel design il trend arriva  all’appiattimento delle peculiarità e delle diversità allo stesso tempo si favorisca quello inverso:  ritorno alle tradizioni locali  Vs globalizzazione; ricerca della propria identità perduta Vs spersonalizazzione. In una società ridotta alla standardizzazione della bellezza, il Brutto bello, l’Imperfetto e il Raro diventano dunque le nuove categorie del saper vivere, non solo del bel design contemporaneo.

 

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Riguardo Mariano

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